La scelta di questo argomento è dovuta al fatto che credo che caratteristica della nostra epoca siano i disturbi che possono essere riferiti alla patologia del Sé e quindi alle patologie delle relazioni interpersonali.
Al di fuori della psicoanalisi, ogni teoria della personalità, pur nella diversità di concezioni spesso incompatibili, esprime un riferimento ad un Sé.
Il concetto del Sé cui io mi attengo è l’elemento centrale del processo maturativo dell’individuo così come teorizzato da Winnicott e costituisce il nucleo fondamentale della personalità, la base della salute psichica e mentale.
Winnicott definisce madre sufficientemente buona quella madre che, in maniera istintiva, possiede le capacità di accudire il bambino senza frustrarlo. La madre sufficientemente buona possiede la cosiddetta preoccupazione materna primaria, uno stato psicologico indispensabile perché essa possa fornire le cure adeguate al piccolo e che le permette di fornire il mondo al bambino con puntualità, facendogli sperimentare l’onnipotenza soggettiva. Allo stesso modo Winnicott parla di madre non sufficientemente buona intendendo quella madre, in genere vittima di psicopatologie depressive o simili, che fornisce le cure al bambino senza creatività, senza adattarsi a lui ma in maniera meccanica; con una madre non sufficientemente buona il bambino smetterà presto di vivere nell’illusione che sia lui a creare e distruggere gli oggetti, e vivrà in un mondo presentatogli dalla madre alla quale lui dovrà essere accondiscendente: la creatività nascente verrà uccisa. Anziché essere la madre ad adattarsi al piccolo, in questo caso sarà il piccolo a doversi adattare alla madre. La madre non sufficientemente buona uccide in maniera traumatica l’esperienza dell’onnipotenza soggettiva del bambino, favorendo in particolare lo sviluppo del Falso Sé.
Winnicott intendeva, con questo termine, indicare le situazioni nelle quali il paziente avvertiva un pesante senso di inutilità soggettiva, di non esistenza. Il Falso Sé deriverebbe da un rapporto primario madre-bambino insoddisfacente, quindi da una madre che non risponde in maniera soddisfacente ai bisogni del bambino. Inizialmente, infatti, è importante che il bambino sperimenti l’onnipotenza soggettiva, vivendo nell’illusione di essere lui (con i suoi desideri) a creare e distruggere la madre. Successivamente, grazie all’esperienza e all’oggetto transizionale, potrà muoversi verso un terreno di realtà condivisa, meno egocentrico. Per fare ciò, ha bisogno di una madre sufficientemente buona che lo sottoponga a delle frustrazioni ottimali, che il piccolo possa recepire in maniera non traumatizzante. La madre non sufficientemente buona, invece, interrompe bruscamente l’onnipotenza soggettiva del bambino, tarpandone le ali e impedendo la crescita del Vero Sé: è in questo modo che si forma il Falso Sé, un Sé privo di energia soggettiva, fatto di accondiscendenze, non creativo, senza spinta. Al contrario, il Vero Sé è quello nato dal normale superamento dell’onnipotenza soggettiva, la quale rimane la base, il vero nucleo della personalità, la fonte di energia dalla quale si sviluppano gli aspetti periferici della personalità. Il Falso Sé viene quindi a configurarsi come una patologia legata ad un deficit presente nell’ambiente del bambino, ad una carenza nelle cure materne.
La madre sufficientemente buona, ovvero la madre sensibile e devota, è in grado di intuire le mutevoli esigenze del proprio figlio e di sintonizzarvi il suo comportamento. Invece la madre troppo “abile” nella tecnica dell’allevamento rischia di comportarsi come se l’infante fosse ancora in simbiosi ed ignorare le sue reali esigenze. Questa madre non soffocando così la sua spontaneità ed inibendo lo sviluppo creativo e la sua separazione psichica. Ne consegue, che tutti i segni del bambino, che sono espressioni del Vero Sé, non vengano accolti e valorizzati e vadano perduti. Al gesto spontaneo del bambino, ed alle sue esigenze ed aspettative, questa madre, sostituisce le proprie. E’ questo uno dei primitivi esempi di pressione ambientale che sono alla base della psicopatologia del Falso Sé.
Una madre che sbarra la strada, intrusiva, iperprotettiva, che ignora le reali esigenze del bambino, che non sa attendere che il bambino manifesti i suoi bisogni e le sue potenzialità, ma lo precede, non potrà mai favorire il bambino a separarsi e individuarsi secondo i suoi personali processi maturativi. L’alternativa patologica in questa precocissima fase dello sviluppo umano è la psicosi e il Falso Sé.
Il termine Falso Sé, in senso stretto, viene correntemente utilizzato per indicare la già vasta categoria della patologia imitativa.
Nel Falso Sé, l’individuo è rimasto fermo all’imitazione, che è una modalità primaria di relazione in predominano i processi imitativi che sono caratteristici della fase simbiotica, con la conseguente formazione di un identità fittizia.
Le madri disturbate, ambiziose, immature, intrusive o iperprotettive non sono in grado, sia pure per motivi diversi, di sviluppare la preoccupazione materna primaria, intesa come un adattamento del tutto particolare che implica un dare molto generosamente, ma al tempo giusto, e permettere poi, altrettanto generosamente, che il bambino si separi e si sviluppi come persona autonoma.
A monte del Falso Sé quindi non c’è la situazione triangolare edipica (che l’individuo non ha mai raggiunto in modo adeguato) ma il rapporto diadico dell’infante, con la madre, relativo al periodo in cui egli è molto dipendente dalla madre, che vive come parte di Sé, ed è incapace di rendersi conto di tale dipendenza.
Il Falso Sé si sviluppa nell’ambito del rapporto madre – infante e si riflette poi su tutta la vita dell’individuo.
Winnicott definisce Falso Sé, un Sé che non si sviluppa sulla base di quelle che sono le potenzialità innate dell’individuo, ma secondo le aspettative dell’ambiente, quindi della madre e della famiglia prima, e della società poi. L’individuo è così defraudato della possibilità di essere se stesso autenticamente e la società perde il suo apporto creativo.
Qual è la funzione del Falso Sé?
Secondo Winnicott il Falso Sé è una difesa che si costituisce a seguito di pressioni ambientali che minacciano il Sé dell’individuo, dando luogo ad un processo di scissione. La sua funzione difensiva consiste nel nascondere e proteggere il Vero Sé contro qualcosa di impensabile, e cioè contro lo sfruttamento, che ne determinerebbe l’annientamento oppure nel ricercare un modo per permettere al Vero Sé di cominciare a vivere, sottraendosi alle insostenibili pressioni ambientali. Il Falso Sé assolve a questa funzione positiva di protezione del Vero Sé mostrandosi compiacente verso le pressioni ambientali, quindi accettandole e sottomettendovisi: ma quella che si sottomette è solo una parte scissa della personalità, una maschera dietro la quale si nasconde il Vero Sé.
Winnicott afferma che lo sviluppo di un Falso Sé rappresenta, tra quelle che hanno lo scopo di proteggere il nucleo del Sé, una delle organizzazioni difensive più riuscite. Ma il successo di questa difesa può costituire una nuova minaccia per il nucleo del Sé, sebbene sia ideata per nasconderlo e proteggerlo. Si tratta dunque di una difesa di tipo precario e relativo: se viene evitato il danno immediato e più grave di annientamento del Vero Sé, nello stesso tempo viene impedito che esso si sviluppi: mancando il rapporto con la realtà, esso rimane a livello di potenzialità. Ne risulta per l’individuo un sentimento di futilità, di estraneità, di vuoto.
Entro certi limiti questa difesa è considerata normale, ma come del resto ogni tipo di difesa, quando è presente in misura eccessiva o è troppo rigida, diventa patologica.
L’affermazione “il Sé è la persona che è me, che è soltanto me” porta inequivocabilmente a ritenere il Sé come l’elemento fondamentale che caratterizza in maniera unica, esclusiva e irripetibile la personalità dell’individuo e che gli da il senso intimo di se stesso.
La capacità di vivere in modo autentico e creativo, di stabilire relazioni interpersonali e sociali significative e soddisfacenti e di raggiungere una reale indipendenza, sinonimo di maturità adulta, in ultima analisi di essere se stessi, non è un fatto scontato, bensì il risultato di un processo maturativo, le cui radici risalgono alla primissima infanzia, quando vengono poste le basi per la formazione del Sé, nucleo fondamentale della personalità.
Tale processo caratterizzerà le successive modalità di relazione dell’individuo, con conseguente senso di inautenticità e di alienazione: sentimenti che riflettono il vuoto.
Credo che salute significhi la possibilità per l’individuo di vivere in modo autentico, creativo e partecipativo; al Falso Sé per quanto sano e ben strutturato possa apparire, manca qualcosa: l’originalità creativa.
Essere creativi significa creare un contatto con il proprio Sé. Essere creativi e in contatto con il proprio Sé richiede un atteggiamento fisico privo di particolari propositi, una specie di funzionamento al minimo della personalità, una situazione di rilassamento; in condizioni quindi di fiducia, che permetta un’idea di sequenza di pensieri, senza relazione fra loro, senza necessariamente un senso. Cercare il proprio sé può essere fatto soltanto in un funzionamento sconnesso, informe, in un giocare rudimentale. Ma deve essere attuato in presenza di qualcuno; ciò fa si che l’esperienza non vada perduta, osservandola e rispecchiandola.
I sentimenti di estraneità, di irrealtà, di inutilità che travagliano l’individuo con Falso Sé possono essere sintetizzati in una sola espressione: senso di vuoto.
Il Vero Sé rimane bloccato, atrofico, scisso da quello che appare all’esterno e l’individuo ha la sensazione di non-essere; ed è questa l’origine della sua sofferenza.
La fuga nella mente, o nell’arte, o nell’attività intensa e frenetica, o nella vita mondana, o in altri interessi sono quindi solo degli espedienti, dei compromessi che servono a mascherare l’aridità affettiva e a difendersi dal senso di vuoto, ma che lasciano irrisolto il problema di fondo. Queste molteplici attività ed interessi, che caratterizzano gli individui con Falso Sé possono essere di notevole valore per loro in quanto membri della società, ma di scarso o nessun significato dal punto di vista personale.
Anche la più esaltante delle esperienze non appaga l’individuo e lo lascia insoddisfatto, in quanto non è sentita come reale ed autentica.
E quando eventi esterni scuotono o fanno cadere l’impalcatura su cui si regge il compromesso patologico, si verifica il crollo psichico, a volte il suicidio.
In conclusione si può dire che il Falso Sé è una condizione psicopatologica nella quale l’identità dell’individuo è in varia misura compromessa.
Quella che egli mette in atto nelle sue relazioni con gli altri è una pseudo-identità, la quale ha tuttavia una funzione positiva, che è quella di preservare il Vero Sé dall’annientamento o di cercare le condizioni che permettano al Vero Sé di emergere e poter sviluppare le sue vere potenzialità.
Accosto il Falso Sé ad alcuni simboli, ed in particolare alle maschere, la cui esistenza è vuota e falsa perché fondata sull’apparenza e non sull’essere: l’individuo è ingabbiato in una “forma” che è il risultato delle pressioni e dei condizionamenti ambientali che si sono via via sommati sin dagli anni dell’infanzia. E’ il risultato della spinta quotidiana esercitata sull’individuo in sviluppo dalle esigenze narcisistiche dell’ambiente che, con richieste continue e prevaricazioni, ne soffoca il movimento maturativo autentico e lo porta a subire, ad imitare, anziché ad interagire nelle relazioni interpersonali. L’unità stessa della persona si scinde e la vita dell’individuo corrisponde a quella di una maschera: quello che appare all’esterno è forma, non vita e da questo deriva l’incapacità di sentimenti autentici, il distacco dalla realtà, il sentimento di inutilità, di vuoto e di disperazione, che può condurre anche al suicidio.
Comportando il Falso Sé problemi di identità, mi pare lo si possa considerare, sul piano clinico, come una forma peculiare di non-comunicazione.
L’incomunicabilità, qualunque forma assuma ed in qualunque angolazione o modo la si voglia considerare, è una condizione penosa per l’individuo.
La comunicazione e la capacità di comunicare sono strettamente collegate con il modo di mettersi in relazione con gli altri esseri umani; il Falso Sé non comunica perchè la sua è una relazione falsa. Questo tipo di comunicazione non è sentita come reale e non è una vera comunicazione in quanto non coinvolge il nucleo del Sé, cioè il Vero Sé.
In particolare è preclusa al Falso Sé la comunicazione di uno stato emozionale, che è il risultato di un profondo contatto con l’altro.
In base a tutte queste considerazioni si può dedurre che, nonostante nel Falso Sé non ci sia assenza di comunicazione in senso stretto, tuttavia l’individuo non comunica. La sua comunicazione è solo apparente: egli parla, agisce, lavora, ama, ma la sua è la vita e la professione di una maschera: di fatto non comunica autenticamente.
Come nell’autismo la comunicazione è più o meno interrotta, così nel Falso Sé la comunicazione è più o meno falsa. Sotto tale aspetto il Falso Sé ha un unico denominatore comune, il non riuscire a mettere in atto un identità, ma solo un imitazione, così che l’individuo recita tutta la vita invece di viverla: e questo è il suo dramma.
Psicologa e psicoterapeuta
Via Leo Gramellini 6/a – 47122 Forlì
Tel. 348 4515160